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Nessun giocatore della nazionale campione del mondo nel 1978 lo ha mai definito “il più grande libero nella storia dell’Argentina”, anteponendolo al glorioso capitano albiceleste Daniel Passarella*. Nessun commissario tecnico della Selección lo ha mai descritto come “il calciatore più meraviglioso mai visto giocare”*. E, soprattutto, nessuno ha mai avuto il coraggio di elevarne il talento al di sopra di quello espresso da Diego Armando Maradona, il giocatore più idolatrato e ammirato nella storia di questo pianeta*. Esattamente come nessuno di noi potrà mai raccontare di averlo visto saltare in dribbling un’intera squadra, a Rosario, affondando con la facilità di un bisturi nell’inquieto ordine dei reparti avversari. Né mai avremo la fortuna di vederlo.

Il giocatore argentino Tomàs Felipe Carlovich, l’uomo ritratto nella foto, non è mai esistito.

Non sarà un video a restituircene l’atletica grazia, e neppure una delle fotografie raccolte a celebrare la grandezza dei calciatori premoderni, oriundi accolti nel regno mediatico, un tempo tanto visibili da poter essere rigenerati e restituiti a nuova vita. Ma nessuna pellicola fotografica ha mai catturato El Trinche Carlovich mentre avanzava pallalpiede, stupefacendo compagni e avversari senza che un solo grido rivolto al mondo si alzasse per celebrarne la magnificenza. Nessuno dei palcoscenici a noi familiari, televisivi o letterari, si è mai innalzato sotto ai suoi piedi, tributandone la grandezza con la frenesia di platee estasiate. Non lo troverete catalogato negli almanacchi, prigioniero di rigide sbarre statistiche, o schedato dentro collose icone per collezionisti; non tra i nomi stampati sulle maglie che indossano ragazzini-miniature dei propri idoli. E tanto meno sarà lui a trovare un posto d’onore nelle sempre più numerose e mondane serate di gala, con cui l’élite del calcio celebra il sogno della propria residua grandezza.

El Trinche Carlovich non è mai esistito, perché esiste da sempre.
Negli assolati campetti da calcio di ogni grigia periferia urbana; dentro ai sogni imberbi di ragazzini insonni, naufraghi nelle notti che li separano da un debutto in prima squadra; nel silenzio mistico che accompagna la liturgia di ogni calcio di rigore, dal fischio dell’arbitro fino all’istante esatto in cui il pallone prende vita. El Trinche trattiene con noi l’ossigeno che si consuma lentamente, ogniqualvolta osserviamo un lampo azzurro e guizzante accendersi qualche metro fuori dall’area, svanendo solo per ricomparire al di là dell’immane schiera a guardia di una porta. Il suo sguardo ci accompagna nell’immortale speranza di ritrovarci dalla parte giusta del Sogno, per almeno una volta nella nostra vita trascorsa a rincorrere un pallone.

El Trinche, il più grande giocatore mai esistito, vive e corre in ognuno di questi istanti. Resistendo al logorìo del tempo e dell’umana memoria, egli ci permette di accedere alla dimensione più pura del Calcio. Lontana dal rutilante accendersi dei riflettori, sottratta alle iconografie da copertina patinata e sgargiante, la sua Leggenda sopravvive alimentandosi del vuoto che minaccia ogni narrazione, e che al tempo stesso la preserva dall’oblio su cui è sospesa, costringendola a spingere sempre più in profondità le proprie radici. Non sarà un archivio a preservare i nostri ricordi, sembra dirci il Mito reale di un campione mai esistito, ma la salvifica capacità di raccontarli per come noi li abbiamo vissuti, proteggendoli dalla schizofrenia di una realtà pervasiva e, al tempo stesso, irraggiungibile.
Tomàs Felipe Carlovich, resosi tanto incatturabile dalla tirannia di un omologante immaginario quanto si racconta fosse il suo corpo lanciato sopra un campo di calcio, si è incarnato nell’eterno e immortale sogno di El Trinche.

Non fu, né sarà mai, il suo talento ad invecchiare incatenato ad un corpo, a sembianza degli innumerevoli campioni cristallizzati in un passato che da loro esige un pietoso e improponibile confronto. Non lo ricorderemo agile e straordinario campione prigioniero di un altrove, paragonandolo alla secca crisalide che un tempo conteneva tanta bellezza. La sua Leggenda, per giungere fino a noi, è passata per lo stretto sentiero del rifiuto di una realtà pronta all’uso, omologata e omologante. L’instancabile vitalità della sua narrazione ci eviterà la condanna ad un apatico ricordo collettivo che, per contrappasso, predispone all’esercizio dell’oblio. El Trinche ci ha costretti, e sempre ci costringerà, ad immaginarne le gesta partendo dalla semplice purezza del suo divertimento, così semplice, così umano. Così simile al nostro.

17 aprile del 1974. La nazionale argentina, già pronta a partire per la Germania dove si disputerà il Mondiale, affronta a Rosario una rappresentativa locale. Alla fine del primo tempo, la Selección sta perdendo per 3 a 0 contro quella squadra di sconosciuti: il commissario tecnico Vladislao Cap prega in ginocchio il suo omologo di togliere quel tale Carlovich, che sta umiliando la sua nazionale. Quel tale ha 25 anni e una fama cresciuta nelle serie minori argentine, eppure nessuno sembra poterne contenere il talento. Nessuno sa come diavolo fermarlo.

Due anni più tardi, il nuovo allenatore dell’Argentina, César Luis Menotti, memore di quanto vide in quell’incontro, decide di farlo venire a Buenos Aires per testarne le doti, in vista di una sua possibile convocazione. El Trinche risponde a quella chiamata, parte per la capitale, ma non ci arriverà mai. Improvvisamente, lungo il viaggio – si racconta – decide di fermarsi a pescare e, visto che i pesci abboccano, preferisce non proseguire. In fondo, cosa gli importa della nazionale? Lui una squadra per giocare a calcio ce l’ha già. E a lui, in fondo, importa solo di poter giocare.

Trent’anni dopo, per tutta l’Argentina, di Tomàs Felipe Carlovich, detto El Trinche, rimane soltanto una Leggenda da raccontare.

“La verità è che non avevo altra ambizione che quella di giocare a calcio. E soprattutto, non lontano dal mio quartiere, dalla mia vecchia casa dove vado quasi ogni sera,
per stare con Vasco Artola uno dei miei migliori amici.”
(Tomàs Felipe Carlovich)

(*) A parlare in questi termini di Carlovich furono, nell’ordine: Ubaldo Fillol, portiere campione del mondo con l’Argentina nel Mondiale del 1978, che stilando un’ipotetica formazione coi migliori giocatori nella storia del calcio argentino lasciò fuori Passarella per far posto a Carlovich; Josè Pekerman, commissario tecnico dell’Argentina dal 2004 al 2006, in un’intervista rilasciato al periodico XXI; lo stesso Maradona che nel 1992, di fronte a un giornalista che lo accolse a Rosario dicendosi onorato di incontrare “il giocatore più grande”, rispose in questo modo: “Il più giocatore più grande aveva già giocato a Rosario ed era un tale Carlovich”.


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